SICILIA SICANA. UN TEATRO DI PIETRA, UN FUNERALE, UNA LAMA DI LUCE
Lo scorso 29 dicembre ho partecipato ai funerali di Lorenzo Reina, artista scomparso prematuramente all’età di 65 anni a Santo Stefano Quisquina, paese tra le montagne della Sicilia sicana.
Lorenzo è nato pastore in una famiglia di pastori, cresciuto in un territorio che ne ha ispirato il talento e la sensibilità di artista. La scultura, la forma d’arte che forse gli era più congeniale. Ma è il suo Teatro Andromeda che lo ha reso noto nel panorama dell’arte. Un recinto di pietra a secco che dialoga con il paesaggio circostante e con la costellazione che gli dà il nome: Andromeda, appunto. 108 stelle proiettate al suolo ne definiscono le sedute, costituite da blocchi di pietra squadrata.
Una costruzione “sine tecto”, frutto della visione potente ed ostinata del giovane Lorenzo e realizzata, pietra su pietra, nel corso di quarant’anni e mai compiuta del tutto. Le sue geometrie essenziali, la sua sostanza lapidea -talvolta incerta e appena sbozzata, talaltra severamente squadrata- rimandano ad un’architettura primordiale. Nonostante le riserve che ciascuno può legittimamente nutrire, oggi l’opera costituisce certamente una delle destinazioni più interessanti dei monti Sicani, attrae svariate migliaia di visitatori ogni anno e genera interesse ed opportunità socioeconomiche per il territorio che la ospita.
Durante il funerale, la mente tornava all’unico incontro e ad uno scambio di battute con l’artista, risalenti al 2017. Mentre il celebrante ricordava ai presenti la traiettoria umana ed artistica di Lorenzo, la mia mente si perdeva a recuperare i ricordi. Ripercorrevo mentalmente il tracciato di avvicinamento al teatro con le varie sculture disseminate a creare episodi che rimandano al mondo del mito. Una, in particolare, donata dallo scultore Giuseppe Agnello, mi aveva colpito: Icaro, riverso sul terreno, con le sue fragili ali di cera che gli avevano consentito di spiccare il volo e, poco dopo, sciogliendosi, lo hanno abbandonato al suo destino, lasciandolo precipitare e morire. Un’immagine che oggi mette i brividi.
Le parole del sacerdote presero a snocciolarsi come uno sfondo sonoro per me ormai quasi irrilevante. Mi sorpresi a riflettere sulla caducità del nostro essere uomini, spesso ebbri di presunzione, che dimenticano di essere vulnerabili ed in balia di un destino talvolta crudele ed ingiusto. Quello stesso destino che può privarci della vita, anche senza preavviso. Ragionavo, inoltre, sulla forza che talvolta i sogni possono riversare sulle esistenze di quanti li coltivano e si adoperano quotidianamente per concretizzarli. Nello scrutare, a pochi passi di distanza da me, la bara con le spoglie dell’artista, pensavo che forse, almeno una volta nella vita, ciascuno dovrebbe provare ad abbracciare una missione personale e farne, come Lorenzo, “ragion d’essere”, spinta interiore che possa dare un senso profondo al nostro essere vivi, giorno dopo giorno, pietra su pietra.
Due giorni dopo le esequie, nonostante il brutto tempo, decisi di fare un’escursione a piedi tra i boschi che abbracciano la piccola chiesa di San Calogero. La notte precedente aveva piovuto. La terra, le piante, le pietre erano umide e profumavano di muschio. Dopo qualche ora di cammino lento, raggiunsi il crinale del monte e, poggiati a terra il mio taccuino ed un bastone trovato lungo il percorso, mi soffermai per diversi minuti ad interrogare il paesaggio. Il “mio” paesaggio. Sotto una densa coltre di nuvole nere, ammiravo a meridione il luccicare lontano del grande mare africano. Mi trattenni poi ad osservare, verso nord, le case antiche di Santo Stefano e, più in alto, il Teatro Andromeda, “trafitto da un raggio di sole”.
L’unica lama di luce in quella cupa mattina di fine dicembre.
Santo Stefano Quisquina, 02.01.2026
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